Storie di Yogin #5

"Ho imparato la pazienza verso me stessa e mi sono vista rifiorire allo specchio, tra un Albero e un Cobra, mentre lo yoga entrava a far parte del mio percorso di cura e della mia seconda vita."

Mi chiamo Marina, ho 40 anni e da uno pratico hatha yoga con la fantastica maestra Gabriella.

Il percorso che mi ha portato allo yoga per la seconda volta nella mia vita non e' un percorso facile. Sono arrivata allo studio magra e senza capelli mentre mi sottoponevo alle cure chemioterapiche in seguito ad un tumore al seno. Gabriella mi ha accolto come in un abbraccio e mi sono sentita di nuovo una persona 'normale' che poteva ancora fare molto con e per il suo corpo maltrattato e indebolito. Ho imparato la pazienza verso me stessa e mi sono vista rifiorire allo specchio, tra un Albero e un Cobra, mentre lo yoga entrava a far parte del mio percorso di cura e della mia seconda vita.

Uno. Respira attraverso la gola per via del naso.  Due, tre, quattro. Senti l'aria che gonfia i polmoni ma non esagerare, li' dove stanno lavorando e' molto vicino ed e' bene che sia tutto molto immobile. Cinque e sei. Senti l'aria fresca che passa dalle narici.

Chiudi gli occhi, e trattieni per uno, due, tre, quattro, cinque e sei. Cosi' e' tutto immobile: niente respiro, occhi chiusi, solo il cuore che rimbomba nelle orecchie e quelle quattro mani che si muovono tra la cavicola e il pettorale, il mio.

Io sono quella immobile.

E adesso bocca aperta, a forma di "O" e lascia l'aria uscire per uno, due, tre, quattro, cinque e sei. Qui non posso lasciare che l'aria faccia vibrare qualcosa nella mia gola producendo il rumore della respirazione yogica profonda. Non sono sdraiata sul mio tappetino a guardare il soffitto dello studio di yoga. Qua se mi esce quel rumore li' mi prendono per matta, se non l'hanno gia' fatto.

Quando apro gli occhi mi accecano le luci della sala operatoria, due fanali da pista di atterraggio.

Uno, due, tre, quattro, cinque e sei, dentro l'aria fresca, riempie i polmoni passando dalla gola ma entrando dal naso. Cosi' almeno non piango come un vitello, che perfino il chirurgo prima di tagliare, con il bisturi fermo a meta' strada tra il mio naso ed il suo mi ha chiesto "C'e' qualcosa che non va?"

Trattieni l'aria per uno, due, tre, quattro, cinque, sei.

"No, va tutto benissimo", gli ho detto io, mentre l'infermiera mi accarezza la fronte.

"Anzi."

E' strano come la mente seleziona cosa ricordare e cosa lasciar andare. I giorni delle infusioni di chemioterapia sono sciolti in un unico lungo momento, sospeso nel tempo, un pochino irreale. Invece il momento della rimozione del port-a-cath e' vivido e reale ancora adesso. Mi ricordo bene ancora le lacrime calde e inarrestabili sulle guance.

Uno, due, tre, quattro, cinque e sei.

Respiro, cerco di rilassarmi. Il port e' un'affarino di neanche due centimetri di diametro che pero' pesa come un macigno. Mi mancano tutti i capelli ma non ci faccio piu' caso, mentre scegliere una maglia che nasconda quella cosa che sporge come una spilla e' un'impresa.

"Eccolo qua, lo butto via?"

"No, me lo dia che ci penso io, grazie"

L'ultima volta che l'ho visto era in una busta sterile, un altro ospedale, altra sala operatoria, altre mani. Una praticante mi stava accanto, dalla mia posizione scomoda inclinata con la testa verso il basso e il viso girato su un lato, l'ho guardata per tutta l'operazione: negli occhiali si rifletteva l'intera procedura medica e ho visto tutto. Guardavo, perche' ero incosciente e sembrava quasi tutto un'avventura. Strana, grottesca, ignota. Niente respiri, quella volta, niente rilassamento, solo voglia di sapere cosa mi aspettava, se sarei stata in grado di sopportare, come me la sarei cavata.

E dunque sono qua, sette mesi dopo, sull'ultimo lettino dell'ultima sala operatoria. E' tutto finito e in mano tengo un contenitore di plastica con il tappo rosso con dentro il mio port. E' ancora sporco di sangue, il mio. Mi tirano i punti e bruciano, ma con l'altra mano devo sentire che tra la mia clavicola ed il pettorale e' tutto finalmente liscio. Il bozzo non c'e' piu'.

E' qui che comincia la mia storia, comincia dalla fine dell'avventura, comincia all'uscita dalla galleria; ricomincia dalla luce, con il barattolo con il port in mano, la reliquia, il cimelio.

Fuori c'e' mio papa' che mi aspetta, ci voleva per forza lui in un giorno cosi': non e' che sia capace di fornire un gran supporto morale ma si puo' sempre contare su di lui per sdrammatizzare qualsiasi situazione con la giusta scemenza al momento giusto. E infatti era anche suo il compito di venire a raccogliermi dopo le infusioni, fin dalla prima, dopo il breve ricovero "portati dietro una bacinella e qualche asciugamano che non so come andra' per strada in macchina" invece ando' bene, mi feci anche portare dai nonni per far vedere che stavo bene, per diminuire lo spavento.

Delle cose che non si conoscono fa paura appunto quello, quello che non sai. Dopo la prima, via tutto liscio, alti e bassi, malesseri passeggeri e giornatacce, frustrazione e sonnolenza, introspezione. Cos'altro vuoi fare quando ti mancano le forze per girarti nel letto ma tutto sommato non stai cosi' male? Ti guardi dentro, appunto.

Il port-a-cath e' un dispositivo biotecnologico che consente un accesso venoso permanente, la descrizione di Wikipedia. A me ha dato un'accesso dentro, che cosi' dentro me stessa non ero mai stata, neanche da adolescente mentre mi davo arie da poetessa. Non ho trovato niente che gia' non conoscessi, niente di sbalorditivo o sorprendente. Niente rivelazioni illuminanti, niente fregature. Solo quello che sapevo gia', ma l'ho visto cosi' chiaramente e sentito cosi' forte che non ho potuto fare a meno di seguire la strada che cominciava, appunto, appena fuori dalla sala, nello spogliatoio improvvisato, mentre in una mano stringevo la mia reliquia e con l'altra mi vestivo, senza appoggiare il barattolo per non rischiare di dimenticarlo.

 

Marina

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